mercoledì 16 ottobre 2013

PROUST, OVVERO LE "MADELEINES"

"Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro o il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate « maddalenine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia. 

Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? 

Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo ch'io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per.una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce. 

E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto; di nuovo gli metto di fronte il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità, non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate. 

Certo, b
evo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo ch'io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per.una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce. 

E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l'evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l'impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo come l'animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d'un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto; di nuovo gli metto di fronte il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità, non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate. 

Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev'essere l'immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l'inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti. 


Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l'attimo antico che l'attrazione d'un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, s'è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chinarmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, m'ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica. 

E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio

La vista della focaccia, prima d'assaggiarla, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta - così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo. 

E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di " maddalena " inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti,, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè". 

(Marcel Proust)

MADELEINES



Ingredienti (per 90 madeleines circa)

100 g di farina 00
100 g di burro 
100 g di zucchero 
2 uova intere
2 tuorli 
1 bustina di vanillina
1/2 bustina di lievito in polvere
qb di sale

Preparazione

Montate le uova, i tuorli, lo zucchero e un pizzico di sale. 

Incorporate la farina, il lievito e la vanillina. 

Aggiungete a filo il burro fuso e lasciato raffreddare. 

Fate riposare l'impasto per un'ora a temperatura ambiente. 

Versate l'impasto negli appositi stampi e cuocete in forno statico a 180 °C per circa 12 minuti.

giovedì 12 settembre 2013

POMODORI NERI RIPIENI DI RISO ALLA GRECA

Ciao amici! 

Non so da voi, ma qui settembre ci sta regalando ancora delle belle giornate di sole, con cielo blu e un tiepido venticello... 

E allora perché non approfittarne per preparare ancora qualche piattino fresco, sfizioso e al tempo stesso leggero? 

Conoscete il pomodoro nero di Crimea
Bello e buono, essendo più ricco di licopene rispetto ad altri pomodori, il nero di Crimea è anche un'ottima fonte di antiossidanti. 

Se volete seguirmi in cucina, lo trasformiamo in un simpatico contenitore per un'insalata di riso alla greca... 


INGREDIENTI (per 4 persone)
4 pomodori neri di Crimea
240 g di riso
150 g di feta
20 pomodori datterini
20 olive nere denocciolate 
Un mazzetto di basilico 
Olio extravergine di oliva
Sale 

PREPARAZIONE 
Tagliate la calotta dei pomodori, svuotateli e capovolgeteli su un foglio di carta assorbente. 

Lessate il riso in acqua salata, scolatelo e lasciatelo raffreddare condendolo con un filo d'olio extravergine d'oliva. 

Tagliate in quattro i datterini, uniteli alla feta a cubetti, alle olive e al basilico spezzettato. 

Mescolate tutti gli ingredienti con il riso, aggiustate di sale e irrorate con l'olio. 

Farcite i pomodori con l'insalata di riso e... buon appetito! 

In abbinamento i sommelier di ENOPATIA consigliano: 

Falanghina dei Campi Flegrei doc - Grotta del Sole. 

Nei pressi del golfo di Napoli, in una zona di vulcanesimo recente ancora in atto, ossia i Campi Flegrei, trova la sua migliore espressione il vitigno Falanghina. Tipico della Campania, dove ha trovato fortuna anche nel Sannio beneventano e in Irpinia, trova caratteristiche uniche qui, nei pressi di Pozzuoli, ove è sopravvissuta a piede franco. La ricca mineralità del sottosuolo, unito ad una fine nota iodata del mare, assai prossimo, esaltano le fini note aromatiche del vitigno, con espressioni di mela e fiori bianchi di campo. In bocca è caratterizzata da buona freschezza e sapidità.

Ps: grazie a Marco per la fonte d'ispirazione... 





lunedì 2 settembre 2013

MEZZELUNE AL CACAO E ARANCIA

Buon lunedì gente! 

Durante gli ultimi scampoli di vacanza, mi sono dilettata a inventare qualche nuova ricetta, soprattutto dolce. 

Eh sì, perché alla fine il mio grande amore è la pasticceria, da sempre. 

Realizzare dolci è un'ottima terapia per i miei momenti malinconici e allo stesso tempo una sferzata di creatività per quando sono particolarmente felice (come in questo periodo, ma non diciamolo troppo forte...). 

Qualche mese fa mi è stato regalato un vasetto di marmellata di arance, al quale non sapevo bene quale destino sarebbe toccato in sorte... 

Ieri l'illuminazione, pensando a una delle golosità che amo di più, peccaminosa e raffinata al tempo stesso: le scorzette d'arancia ricoperte di cioccolato fondente. 

Così sono nate queste mezzelune al cacao ripiene di marmellata di arance.

Seguitemi in cucina, per un risultato da veri gourmet... 



INGREDIENTI

Per la pasta frolla: 
350 g di farina 00
200 g di burro freddo
1 uovo grande
120 g di zucchero a velo vanigliato
30 g di cacao amaro in polvere
Un pizzico di sale 

Marmellata di Arance 

PREPARAZIONE 

Preparate la pasta frolla unendo prima l'uovo, lo zucchero a velo, il burro a pezzetti e il pizzico di sale. 

Aggiungete la farina e il cacao e formate un panetto che lascerete riposare in frigorifero per almeno una mezz'ora. 

Stendete la frolla dello spessore di circa 5 mm e ricavatene dei dischetti di 7 cm di diametro. 

Farciteli con un cucchiaino di marmellata e richiudeteli dando la forma di mezzaluna. 

Sigillate i bordi con i rebbi della forchetta e infornate a 180 gradi per 10 minuti. 

Buon Appetito! 

mercoledì 28 agosto 2013

INSALATA DI TROTA, POMODORINI E BASILICO

Buon mercoledì amici! 

Ormai quasi tutti siamo rientrati dalle vacanze, ma per fortuna il sole è tornato a splendere e rende il tutto meno traumatico. 

Non solo... Ci permette di godere ancora di qualche piatto fresco e leggero per rimetterci in forma dopo i vizi che ci siamo (giustamente) concessi in vacanza. Non so voi, ma per me è stato proprio così... Meno male che i 12 giorni di trekking in Corsica hanno contribuito allo smaltimento! 

Per l'appunto oggi vi propongo un'insalata leggera ma gustosa, che vede come ingrediente principale uno dei protagonisti indiscussi della cucina valsesiana: la trota. 



INGREDIENTI (per 4 persone) 

4 trotelle di fiume 
Rosmarino
Pomodorini 
Basilico
Sale 
Pepe
Olio extravergine di oliva

PREPARAZIONE 

Eviscerate le trote e sciacquatele sotto l'acqua corrente. 

Asciugatele tamponandole con carta assorbente e farcitele con un pizzico di sale, pepe e un rametto di rosmarino. 

Adagiatele su una teglia rivestita con carta forno, cospargete con un pizzico di sale e pepe e irroratele con un filo d'olio. 

Infornatele a 180 gradi per 15/20 minuti (regolatevi in base al vostro forno e alla dimensione delle trote). 

Una volta cotte, pulitele ricavandone dei filetti che ridurrete a bocconcini. 

Condite il tutto con i pomodorini tagliati a spicchi e il basilico a listerelle.  

Aggiungete un filo d'olio a crudo e buon appetito! 

In abbinamento i sommelier di ENOPATIA consigliano: 

Erbaluce di Caluso docg 2011 - Tenuta Roletto. 

L'Erbaluce è un vitigno autoctono dell'area che va dal canavese alle colline Novaresi e ha una lontana parentela con il vitigno Greco. Nel Canavese ha trovato l'area di maggiore sviluppo, soprattutto nell'area fra Caluso e il lago di Viverone, in cui viene allevato con le tradizionali e suggestive pergole. In quest'area di eccellenza, e per la precisione a Cuceglio, ha sede la Tenuta Roletto, che fa di questo vitigno la propria bandiera. Tanto da portare avanti un progetto di studio ampelografico con l'Università di Torino. L'Erbaluce di Caluso docg è un vino che si caratterizza per la spiccata freschezza acida, ben apposta alla naturale grassezza dei pesci di lago, unita ad una nota di fiori bianchi, pesche ed erbe aromatiche, tenui e delicate. Un vino elegante, affinato in acciaio, che andrà servito ad una temperatura di 10-12 gradi al fine di esaltarne la componente olfattiva ed accompagnare le fregranze vegetali di condimento alla trota al forno.

lunedì 26 agosto 2013

TEGOLE VALDOSTANE

Ben ritrovati amici!

Dopo quasi una settimana dal rientro dalla Corsica, sono tornata al lavoro. E sono anche tornata in cucina, con una grande voglia di sperimentare nuove ricette.

Chiaro segnale della rinnovata voglia di vivere che mi ha travolto, dopo una lunga attesa fatta di alti e bassi, di periodi bui e barlumi di una Luce che finalmente è arrivata.

Proprio per questo, la mia prima ricetta post rientro non può che essere quella delle Tegole Valdostane, con le quali ho suggellato l’alba di questa mia nuova vita.

Per chi non le conoscesse, si tratta di cialde tonde e sottili tipiche della Valle d’Aosta, a base di nocciole. 

Originarie della Normandia, furono scoperte e portate ad Aosta negli anni ‘30 dalla famiglia di pasticceri Boch, che perpetuano la tradizione nel Caffè di Piazza Chanoux.

La loro ricetta rimane ovviamente segreta… Se volete, potete provare con la mia…


INGREDIENTI (per circa 40 tegole) 

100 g di farina 00
100 g di albumi (circa 3 uova grandi)
100 g di nocciole tritate finemente
100 g di burro morbido
100 g di zucchero a velo 

PREPARAZIONE 

Unite tutti gli ingredienti sino a ottenere un composto cremoso e omogeneo. 

Formate dei dischi molto sottili del diametro di 10 cm circa sulla carta forno, aiutandovi con il dorso del cucchiaio. 

Infornate per pochi minuti a 200°C (regolatevi in base al vostro forno... dopo la prima infornata ho capito che il confine tra "dorate" e "bruciate" è questione di secondi...).

Un consiglio? Degustatele con un buon bicchiere di Ratafià... 


martedì 20 agosto 2013

Di Corsica, emozioni e ricchezze impagabili

La costa corsa piano piano si allontana. La stessa che, solo dodici giorni fa, si faceva sempre più vicina. E con lei la curiosità e il timore per questa imprevedibile avventura. 

Dodici giorni che sembrano una vita, tanto forte è stata l'intensità delle sensazioni provate. 

Sia per ciò che è stato, sia per ciò che è mancato. 

Dopo tre anni, una vacanza non da sola.
 
Per la prima volta, un viaggio in compagnia di sconosciuti, zaino in spalla. 

Prenotato per evadere da una vita che iniziava a starmi troppo stretta. Perché il trekking tra il mare e i monti della Corsica mi avrebbe permesso di non pensare. 

Poco prima della partenza, gli inevitabili dubbi. Fortunatamente non ascoltati. 

Perché davvero, la ricchezza che mi sto portando a casa è molto più di tutto quello che mi sarei aspettata. 

Ho camminato, tanto, permettendo ai miei pensieri di fluire liberamente, incasellandosi piano piano al posto giusto. 

Ho imparato a valutare meglio cosa è utile, cosa è indispensabile e cosa è superfluo. 

Quando devi portare sulle spalle uno zaino di almeno 15 kg per l'intera giornata, non puoi non impararlo. 

E diventa metafora della Vita, è inevitabile. 

Perché non puoi arrivare alla vetta se non ti alleggerisci di ciò che ti è di impedimento. 

Sono caduta un paio di volte, mi sono ferita, ma ho scoperto che sono in grado di guarire in fretta. 

Ho visto luoghi meravigliosi, resi ancora più belli dalla fatica fatta per raggiungerli.

Nella mia mente rimarranno indelebili i boschi verdeggianti, i fiumi cristallini, i blu del mare di Cargèse, il sole che tramonta tra i monti di Marignana, il romantico porto di Girolata, il bicchiere di Kyr sorseggiato sulla spiaggia di Galèria, la Processione lungo le vie di Serriera, i canti tipici corsi, le passeggiate solitarie all'alba e i balli improvvisati al chiarore della luna. 



E mille altri fotogrammi scattati con gli occhi. E con il cuore. 



Ma, soprattutto, ho vissuto tutto questo con persone che fino a due settimane fa erano dei perfetti estranei. 

Qualcuno di loro certamente uscirà dalla mia vita in silenzio, così come vi è entrato. 

Qualcun altro, invece, resterà, facendo parte del mio cammino, a suo modo. 

Ci siamo ricordati a vicenda l'importanza di essere uniti, soprattutto nei momenti in cui la fatica sembrava diventare insostenibile. 

Abbiamo riscoperto il valore della condivisione e dell'aiutarsi gli uni con gli altri. 

Abbiamo avuto il coraggio di intrecciare le nostre vite per un breve tratto, scambiandoci pensieri e confidenze, davanti a una birra o arrancando lungo una salita. 

A breve tornerò con le mie ricette e le mie recensioni.

Per il momento vi auguro di vivere con il mio stesso entusiasmo il ritorno alla vita di tutti i giorni. 

Con il bagaglio dei doni ricevuti e con il sorriso sulle labbra per ciò che troverò ad aspettarmi. 


A presto gente! 

lunedì 29 luglio 2013

UNA SOSTA IN FRANCIACORTA: DISPENSA PANI E VINI

Ammetto che, pur avendola a non troppi chilometri da casa, ho trascurato per molto tempo una delle zone vinicole più importanti del nostro Paese: la Franciacorta. 

La scorsa settimana mi trovavo nei paraggi per lavoro e ne ho approfittato per addentrarmi (per quanto possibile) in questo magico mondo. 

Sì, perché la Franciacorta è un mondo a sé, in cui è incantevole perdersi. 

Ha un fascino tutto suo, discreto ma elegante al tempo stesso. 

Con i suoi vigneti che corrono lungo le colline, le cantine che sbucano qua e là, le prestigiose ville patrizie, i caratteristici borghi in pietra, le torri medievali... non potrà non conquistarvi. 



Seguendo un prezioso suggerimento, ho fatto tappa ad Adro, uno dei centri più importanti della Franciacorta. 

Più precisamente alla "Dispensa Pani e Vini", dove lo chef Vittorio Fusari concretizza nei suoi piatti il suo Credo: 

"La tradizione del cibo non è una ricetta, 
ma la sapienza con cui l'uomo ha saputo arricchire un bisogno 
trasformandolo anche in un piacere, 
rispettando la Natura, i suoi flussi e i suoi tempi."

Cos'è la Dispensa? Be', trovarle una definizione univoca è impossibile. 

Perché la Dispensa è ristorante, è osteria, è wine-bar ed è anche il luogo in cui è possibile degustare e acquistare grandi vini d'Italia. 

Io ho cenato nel suggestivo giardino, scegliendo il menu osteria. Molto curato, con una cospicua presenza di Presìdi Slow Food e la segnalazione dei produttori presso i quali lo chef si rifornisce. 

Il Benvenuto dello Chef, Arista di Maiale con misticanza 

Battuta di Barbina al profumo di limone 

Insalata di cipolle e sardine essiccate del Lago d'Iseo 

Dolci coccole offerte con il caffè

L'attenzione per la stagionalità e un occhio di riguardo per il territorio sono due fiori all'occhiello di questo menu, così come la cortesia del personale. 

Settimanalmente la scelta dei vini al calice cambia, spaziando dai bianchi ai rossi, passando (ovviamente) per le bollicine autoctone. Io ho optato per un bicchiere di Franciacorta DOCG Rosé Lo Sparviere.  



E per concludere questo post, vi lascio un altro pensiero dello chef Fusari, con il quale vi auguro un'ottima settimana! 

"Cultura delle materie prime, passione per la Franciacorta, un approccio moderno alla cucina ma ben radicato nella tradizione, fruibile e immediato ma fortemente ancorato alla qualità assoluta. Questi sono gli ingredienti della cucina della Dispensa. 

Perché il "buon mangiare" avvicina le persone, aiuta a trovare punti di vista comuni, aiuta a essere felici."

***
DISPENSA PANI E VINI FRANCIACORTA
Via Principe Umberto 23 
Fraz. Torbiato
Adro (BS)
Tel. 030-7450757
Chiuso il lunedì 



giovedì 25 luglio 2013

ROMA, ATTO IV: OSTERIA DEL PAVONE

Il vantaggio di visitare (seppure per lavoro) una grande città come Roma in compagnia di abitanti del luogo è che, quasi certamente, riuscirai a evitare le trappole per turisti. 

In realtà io cerco di farlo anche quando vagabondo da sola. 

In primis affidandomi alla guida delle Osterie Slow Food che, al momento, non mi ha mai delusa. 

Poi leggendo i menu proposti, girando alla larga dai ristoranti con chilometrici elenchi di piatti che spaziano tra i generi più diversi tra loro (e soprattutto da quelli con tanto di fotografia di piatti tipo "lasagne e insalata"!).

Ma anche il contesto non è da meno. Prediligo locali semplici, con pochi posti a sedere, dove ti senti veramente un ospite gradito. 

Se poi il menu è scritto con il gessetto su una lavagna... Be', l'innamoramento scatta all'istante ;-) 

In questo caso è proprio andata così. La mia guida è stata ancora una volta Laura, che, per l'ultima serata romana insieme, mi ha fatto conoscere "L'Osteria del Pavone". 

Siamo nel cuore di Roma, a pochi passi da Piazza Navona, in una traversa di Corso Vittorio. 

Già dall'ingresso percepisci che sì, sei nel posto giusto.


All'interno pochi tavoli in legno, tovagliette di carta, luci soffuse. Tutto molto curato nella sua estrema semplicità. 

Da subito capisci che le persone che ti accoglieranno ci hanno messo il cuore. 

Il menu è scritto su una lavagna proprio di fronte all'ingresso.



La cucina tradizionale romana è dominante, ma non mancano alcune sperimentazioni che se ne discostano (io ho provato un ottimo crumble di pollo). 

Crumble di Pollo con Patate 

Oltre ai piatti scritti, troverete alcune voci fuori menu che il titolare vi elencherà (ad esempio i tonnarelli cacio e bottarga... da sogno!)

Tonnarelli Cacio e Bottarga 

Ma non sono solo l'ambiente caldo e l'ottima cucina a invogliarti a tornare. 

Un ruolo fondamentale spetta alle attenzioni giuste ma non affettate che ti riserva il personale: il bicchiere di vino come aperitivo, la disponibilità a modificare i piatti al momento (sinonimo, oltretutto, di vera cucina "espressa"), il vaso di cantucci lasciato sul tavolo a fine pasto da accompagnare al caffè... 

Bravi ragazzi (e grazie Lauretta, alla prossima!).

***

OSTERIA DEL PAVONE 
Via del Pavone 28 
Roma 
Tel. 06-68804416